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IL MESTIERE DEL BUIO


Descrizione: 

A Milano tutto si compra e tutto si vende. La metropoli corre veloce: grattacieli, eventi, milioni di euro in movimento. Ma basta allontanarsi dalle rotaie dei tram del centro per scoprire un'altra realtà: quella dei magazzini abbandonati, dei serragli clandestini e delle persone che scompaiono senza lasciare traccia. Lorenzo Visconti, detto il Drago, esce dal Policlinico dopo cinque giorni di ricovero. Tre uomini mascherati lo hanno accoltellato sotto casa. È vivo per miracolo, ma deciso a scoprire chi vuole farlo fuori. Ex poliziotto espulso dalla Questura, investigatore senza licenza né padroni, vegetariano per scelta e allergico alle ingiustizie, il Drago attraversa la città in sella alla sua Ducati Monster seguendo un istinto che raramente sbaglia. Così quando Yichen, il giovane assistente di una clinica veterinaria, finisce in carcere con l'accusa di appartenere a un'organizzazione criminale internazionale, il Drago si convince che qualcuno stia cercando di incastrarlo. Quell'arresto, infatti, è soltanto l'inizio di una vicenda in cui si intrecciano traffici di animali esotici, denaro sporco, ricatti, sparizioni e segreti che qualcuno è disposto a proteggere a qualsiasi costo. E più il Drago si avvicina alla verità, più diventa evidente che dietro fatti solo in apparenza scollegati si nasconde un disegno più vasto. Dalla palestra Carnera ai ballatoi di via Gluck, da Chinatown e via Padova ai depositi intorno alla Stazione Centrale, Paolo Roversi costruisce un noir teso e contemporaneo, che si inserisce nella grande tradizione della Milano nera di Scerbanenco.

Recensione: 

Leggere questo romanzo da milanese ha avuto per me un significato particolare. Milano non è semplicemente la città nella quale è ambientata la storia: è una città che conosco, che riconosco, che fa parte della mia quotidianità. E quando, tra le pagine, sono comparsi luoghi come via Padova, Chinatown, la zona della Stazione Centrale e via Gluck, ho avuto una sensazione completamente diversa rispetto a quando leggo di ambientazioni che mi sono lontane. In particolare, via Padova mi è molto familiare, vivendo in una zona limitrofa, e ritrovarla all'interno di una storia così cupa, piena di segreti e situazioni al limite mi ha fatto un certo effetto.

È come se Roversi avesse preso una Milano che conosco e avesse deciso di mostrarmene un'altra faccia. Quella che magari attraversiamo tutti i giorni senza soffermarci troppo, quella nascosta dietro le strade trafficate, i palazzi, i negozi e la frenesia della città. Una Milano fatta anche di periferie, magazzini, cortili, luoghi abbandonati e persone che vivono nell'ombra. Ed è proprio questa la cosa che ho trovato più affascinante: la città non rimane sullo sfondo, ma entra completamente nella storia e finisce quasi per diventare un personaggio.

Paolo Roversi riesce a raccontarla con un realismo che ho apprezzato tantissimo. Non cerca di renderla più bella di quello che è, ma nemmeno la giudica. La osserva, ne mette in evidenza le contraddizioni e ci porta proprio là dove normalmente non guardiamo. Da cittadina, riconoscere certi luoghi mi ha permesso di vivere la vicenda ancora più da vicino. Mi è capitato di immaginare quelle strade, quegli incroci e quei quartieri e di pensare a quanto sia particolare leggere una storia criminale ambientata in posti che, per me, appartengono alla vita reale.

Al centro di tutto c'è Lorenzo Visconti, il Drago, un personaggio che mi è piaciuto davvero molto. Ha tutte quelle caratteristiche che rendono un protagonista interessante: è imperfetto, testardo, indipendente, spesso impulsivo e decisamente poco disposto ad accettare passivamente quello che gli viene detto. Ma, soprattutto, ha una cosa che per me conta tantissimo in un personaggio: non riesce a voltarsi dall'altra parte davanti a un'ingiustizia.

Il fatto che sia un ex poliziotto espulso dalla Questura e che continui a indagare senza avere più un distintivo né un'autorità alle spalle lo rende ancora più interessante. È un uomo che, in qualche modo, si è ritrovato fuori dalle regole, ma questo non significa che abbia smesso di credere nella giustizia. Anzi, forse è proprio il contrario. È come se la perdita del suo ruolo ufficiale lo avesse costretto a seguire ancora di più il proprio istinto e il proprio senso morale.

Ho apprezzato anche i dettagli che Roversi gli costruisce intorno, perché sono quelli che permettono a un personaggio di uscire dalla pagina e diventare credibile. Il suo essere vegetariano, il rapporto con la sua Ducati Monster, il carattere ruvido e quella sua maniera di muoversi per Milano seguendo intuizioni che spesso gli altri non comprendono subito: sono piccoli elementi, ma contribuiscono a renderlo riconoscibile.

La vicenda, poi, riesce a crescere progressivamente. Si parte da un'aggressione brutale, da tre uomini mascherati e da un uomo che si ritrova vivo quasi per miracolo, ma quello che potrebbe sembrare un episodio isolato diventa presto qualcosa di molto più grande. L'arresto di Yichen apre un'altra porta e, da quel momento, la storia comincia a collegare elementi apparentemente lontani.

Traffici di animali esotici, denaro sporco, ricatti, sparizioni e criminalità organizzata si intrecciano in maniera sempre più inquietante. Una delle cose che ho apprezzato maggiormente è proprio questa capacità di Roversi di partire da un singolo episodio e allargare lentamente la prospettiva. Più il Drago cerca una risposta, più domande sembrano comparire.

E questo, secondo me, è uno degli aspetti più riusciti del romanzo: non viene data al lettore la possibilità di sentirsi completamente tranquillo. Quando sembra di aver capito qualcosa, arriva un elemento che rimette tutto in discussione. Si inizia a sospettare, a cercare collegamenti, a chiedersi chi stia dicendo la verità e soprattutto quanto sia profonda la rete nella quale il Drago si è infilato.

Anche il tema degli animali esotici mi ha colpita. È un argomento che forse non ci aspetteremmo di trovare al centro di un noir e proprio per questo funziona. Roversi riesce a mostrare un mondo criminale che spesso rimane lontano dagli occhi di chi vive una quotidianità normale. Gli animali diventano merce, il denaro diventa il motore di tutto e le persone coinvolte sono disposte a fare qualsiasi cosa pur di proteggere i propri interessi. C'è qualcosa di particolarmente inquietante nel pensare che dietro attività apparentemente lontane dalla nostra realtà possano esistere organizzazioni, ricatti e violenza.

Ma devo dire che, più ancora della trama, quello che mi ha conquistata è la scrittura.

Io amo particolarmente quei romanzi nei quali riesco a percepire la mano dello scrittore, nei quali non mi limito a seguire quello che accade, ma mi lascio trasportare dal modo in cui viene raccontato. E nella scrittura di Roversi ho trovato proprio questo. È una penna molto visiva, concreta, capace di creare immagini senza perdersi in descrizioni inutili. Le scene prendono forma con grande naturalezza e la narrazione mantiene sempre un ritmo che porta avanti la lettura.

Mi piace quando uno scrittore riesce a essere diretto senza essere banale, e secondo me Roversi riesce perfettamente in questo equilibrio. La sua scrittura ha ritmo, ma allo stesso tempo lascia spazio all'atmosfera. Non è una storia che corre semplicemente da un colpo di scena all'altro: c'è un'attenzione particolare ai luoghi, ai personaggi e a quella sensazione di inquietudine che rimane presente anche nei momenti apparentemente più tranquilli.

E proprio l'ambientazione milanese amplifica tutto.

La Milano raccontata da Roversi è lontana dall'immagine patinata che spesso viene associata alla città. È la Milano dei contrasti, quella dove accanto alla ricchezza e ai grattacieli possono esistere situazioni completamente diverse. È una città che corre, che produce, che compra e vende, ma che contemporaneamente nasconde storie che nessuno sembra voler vedere. Questo contrasto mi è piaciuto moltissimo perché lo trovo profondamente milanese.

Il richiamo alla tradizione della Milano nera di Scerbanenco, poi, secondo me è evidente, ma non l'ho percepito come qualcosa di nostalgico o come un semplice tentativo di riproporre un modello già visto. Roversi prende quell'idea di Milano e la porta nel presente, dentro una realtà fatta di nuove forme di criminalità, nuovi traffici e problemi contemporanei. La città rimane riconoscibile, ma il mondo che la attraversa è quello di oggi.

Un altro aspetto che ho apprezzato è il modo in cui il romanzo riesce a mantenere la tensione senza dover continuamente ricorrere a effetti spettacolari. La suspense nasce anche dalle domande che si accumulano e dalla consapevolezza che il Drago, andando avanti con le sue indagini, si sta avvicinando a qualcosa che qualcuno vuole disperatamente tenere nascosto.

E più lui si avvicina alla verità, più aumenta quella sensazione di pericolo.

Mi sono affezionata a questo modo di raccontare e soprattutto al Drago, perché è uno di quei protagonisti che non puoi semplicemente osservare da lontano. Vuoi seguirlo, capire dove lo porteranno le sue intuizioni, vedere fino a che punto sarà disposto a spingersi. Non è infallibile e proprio per questo l'ho sentito più vicino.

Alla fine, quello che mi rimane di questo libro è soprattutto l'atmosfera. Mi rimangono le strade di Milano, quelle che conosco e quelle che magari guarderò con occhi diversi la prossima volta che mi capiterà di passarci. Mi rimane il senso di una città piena di contraddizioni, dove dietro la normalità può nascondersi qualcosa di molto più oscuro. E mi rimane soprattutto il piacere di aver incontrato una scrittura che sa coinvolgere senza forzare le emozioni.

Per me è questo che rende davvero riuscito un noir: non soltanto il mistero da risolvere, non soltanto la ricerca del colpevole, ma la capacità di creare un mondo nel quale il lettore abbia voglia di rimanere fino all'ultima pagina.

Paolo Roversi ci riesce con una storia tesa, contemporanea e profondamente milanese, ma soprattutto con una scrittura che mi ha fatto venire voglia di continuare a leggere. E quando arrivo alla fine di un libro con quella sensazione un po' malinconica di non voler lasciare i suoi personaggi e la sua atmosfera, per me significa che qualcosa è arrivato davvero.

Questa è stata una lettura che ho sentito particolarmente mia anche per il legame con Milano, ma che consiglierei senza esitazione a chi ama il noir italiano, le storie investigative e quei romanzi nei quali la città non è soltanto il luogo in cui accadono le cose, ma diventa parte stessa della storia.

E Roversi, con la sua penna, questa Milano me l'ha fatta guardare ancora una volta con occhi diversi.





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