Descrizione:
È notte fonda, piove come se il cielo avesse deciso di sommergere Roma. Quando il tram numero 8 arriva al capolinea, un passeggero seduto cade a terra. È un adolescente, ha il cappuccio della felpa calato sulla testa, le cuffiette nelle orecchie, e non dà segni di vita. Accorso sul posto, il commissario Ansaldi rimane sconvolto da ciò che viene a sapere. Il ragazzo è morto da ore, mentre decine di persone salivano e scendevano dal tram, e lo zaino che portava con sé contiene un chilo di sostanze stupefacenti. Com’è possibile che una cosa del genere avvenga a Monteverde, uno dei quartieri più rispettabili della città? Davvero la gente è diventata così indifferente da non accorgersi che una tragedia sta avvenendosotto i suoi occhi? E perché un quindicenne se ne va in giro con tutta quella droga? In passato il commissario e la sua squadra hanno avuto a che fare con serial killer e organizzazioni criminali, sono stati più volte faccia a faccia con gli abissi dell’animo umano. Ma il caso che li aspetta è destinato a sconvolgerli ancora più a fondo, perché il Male fa più paura quando ha il volto di un figlio, di un amico, di un vicino di casa.
Recensione:
Segnale assente mi ha lasciato addosso una sensazione difficile da spiegare, perché è uno di quei libri che, una volta arrivati alla fine, continuano a farti pensare alla storia anche dopo averlo chiuso. Quello che mi ha colpito soprattutto è il modo in cui François Morlupi riesce a partire da un'indagine apparentemente legata a un omicidio e alla droga per arrivare a parlare di qualcosa di molto più vicino alla nostra quotidianità: i rapporti tra genitori e figli, la solitudine degli adolescenti, l'indifferenza e soprattutto la difficoltà, sempre più evidente, di capire davvero le persone che abbiamo accanto.
La storia parte da una situazione che, personalmente, ho trovato subito molto inquietante. È notte fonda, piove su Roma e il tram numero 8 arriva al capolinea. Tra i passeggeri c'è un ragazzo di quindici anni che non dà segni di vita. Ha il cappuccio della felpa sulla testa e le cuffiette nelle orecchie, come potrebbe averle qualsiasi adolescente. Il problema è che quel ragazzo è morto da ore e nessuno si è accorto di nulla. Decine di persone sono salite e scese dal tram, gli sono passate accanto e hanno continuato la propria giornata o la propria notte senza rendersi conto di quello che stava succedendo.
Già questa scena, secondo me, dice moltissimo del romanzo. Quel ragazzo è contemporaneamente circondato da persone e completamente solo. È una contraddizione che Morlupi riesce a rendere particolarmente efficace e che diventa quasi il simbolo dell'intera storia. Il titolo, Segnale assente, assume così un significato che va ben oltre quello più immediato. Il segnale che manca non è soltanto quello tecnologico: è un segnale umano, qualcosa che non viene percepito, ascoltato o compreso.
Quando arriva il commissario Ansaldi, la situazione si complica ulteriormente. Nello zaino del ragazzo viene trovato un chilo di sostanze stupefacenti. Ed è impossibile non chiedersi come possa un quindicenne trovarsi in possesso di una quantità simile di droga. Chi gliel'ha data? Per chi la trasportava? Quanto era consapevole di quello che stava facendo? E soprattutto, perché nessuno si è accorto che qualcosa non andava?
Sono proprio queste domande ad avermi spinto a voler capire come sarebbe andata avanti la storia. La morte del ragazzo è soltanto il punto di partenza, perché dietro di lui si apre un mondo molto più grande e inquietante. E quello che rende tutto ancora più disturbante è il fatto che la vicenda sia ambientata a Monteverde, un quartiere considerato rispettabile. È facile pensare che determinati problemi appartengano a realtà lontane dalla nostra, a luoghi che immaginiamo degradati o pericolosi. Morlupi invece porta il lato oscuro proprio dentro un ambiente apparentemente tranquillo.
Questo è uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente. Segnale assente non racconta il male come qualcosa che si può riconoscere immediatamente. Non c'è necessariamente un volto che ci fa pensare al criminale. Il male può trovarsi nella porta accanto, nella famiglia che salutiamo ogni mattina, nel ragazzo che vediamo passare per strada. Ed è proprio questa normalità a rendere la storia più inquietante.
Il commissario Ansaldi e la sua squadra non sono comunque alle prese con il loro primo caso difficile. Nel corso delle precedenti indagini hanno affrontato serial killer, organizzazioni criminali e situazioni che li hanno messi di fronte agli aspetti più oscuri dell'animo umano. Eppure questa volta il caso sembra colpirli in maniera diversa. Probabilmente perché quando al centro dell'indagine c'è un ragazzo così giovane è difficile mantenere quella distanza professionale che dovrebbe avere un investigatore.
Ansaldi è un personaggio che ho apprezzato proprio per questo suo lato umano. Non è semplicemente il commissario che deve risolvere il caso e trovare il colpevole. Anche lui viene coinvolto emotivamente da quello che sta scoprendo e, insieme alla sua squadra, deve fare i conti con una realtà tutt'altro che semplice. I Cinque di Monteverde, infatti, sono una parte importante del romanzo e contribuiscono a rendere la storia più viva. Non sono soltanto strumenti al servizio dell'indagine, ma persone con caratteri, rapporti e fragilità differenti.
Un altro elemento che secondo me funziona molto bene è Roma. Morlupi la racconta in maniera diversa dalla classica città da cartolina. La sua è una Roma notturna, bagnata dalla pioggia, fatta di strade, quartieri, tram e persone che si incrociano continuamente senza necessariamente conoscersi. Monteverde diventa quasi parte integrante della storia e contribuisce a creare quell'atmosfera particolare che accompagna tutta la vicenda.
Ma il tema che più mi ha fatto riflettere è quello degli adolescenti.
La storia mette davanti agli occhi del lettore una realtà abbastanza scomoda: spesso gli adulti pensano di conoscere i ragazzi che hanno vicino, ma forse non sanno davvero cosa succede nelle loro vite. Un figlio può nascondere paure, problemi, amicizie e situazioni che i genitori non riescono a vedere. E non necessariamente perché non si interessino a lui, ma anche perché a volte manca proprio la capacità di comunicare.
È qui che il titolo torna nuovamente ad avere senso. Il segnale può esserci, ma dall'altra parte nessuno lo riceve. Oppure può essere troppo debole per essere percepito. Ed è forse questa la cosa più triste della vicenda: il ragazzo sul tram non è semplicemente una vittima di un ambiente criminale, ma rappresenta anche qualcuno che, in qualche modo, non è stato ascoltato.
Morlupi riesce a inserire questi temi all'interno dell'indagine senza trasformare il romanzo in qualcosa di pesante o didascalico. La storia continua a essere un noir, ci sono la tensione, le piste investigative, la droga e il mondo criminale, ma sotto tutto questo c'è una riflessione sulla società e sui rapporti umani. Anche il riferimento al mondo digitale e al dark web rende la vicenda particolarmente attuale e mostra quanto sia diventato facile, soprattutto per i più giovani, entrare in contatto con realtà che gli adulti spesso fanno fatica persino a comprendere.
Mi è piaciuto anche il contrasto tra i momenti più drammatici e quelli in cui emerge l'umanità della squadra. È un equilibrio che permette alla lettura di non diventare troppo cupa. I protagonisti hanno anche momenti più leggeri e questo li rende, almeno per me, più credibili. Dopotutto, anche quando si ha a che fare con situazioni terribili, la vita quotidiana continua e le persone rimangono persone.
Quello che mi ha convinto di più di Segnale assente, quindi, è che il caso investigativo non sembra essere fine a se stesso. La morte del ragazzo serve a far emergere una serie di domande che riguardano tutti noi. Quanto siamo davvero attenti alle persone che abbiamo vicino? Quanto conosciamo i nostri figli, i nostri amici o persino i nostri vicini? E soprattutto, quante volte vediamo qualcosa che non va ma preferiamo non fare domande?
La scena iniziale del tram è forse la sintesi perfetta di tutto questo. Un ragazzo è morto in mezzo a decine di persone e nessuno se ne accorge. È una situazione estrema, ma proprio per questo porta a riflettere sulla nostra capacità di essere presenti nella vita degli altri. Siamo sempre connessi, sempre raggiungibili, sempre circondati da messaggi e notifiche, eppure a volte sembra che il vero segnale sia proprio quello che non riusciamo più a cogliere.
Per me Segnale assente è quindi un romanzo che funziona non soltanto per l'indagine, ma soprattutto per quello che lascia dietro di sé. È una storia che parla di criminalità e droga, ma anche di famiglie, adolescenti, solitudine e incomunicabilità. E lo fa partendo da una vicenda che, proprio perché coinvolge un ragazzo così giovane, diventa ancora più difficile da ignorare.
Alla fine mi è rimasta soprattutto una domanda: quante volte una persona cerca di mandarci un segnale senza che noi ce ne accorgiamo?
Ed è forse questo il vero punto di forza del libro. Il male fa paura quando è evidente, ma fa ancora più paura quando si nasconde dietro volti familiari e situazioni apparentemente normali. A Monteverde, come sul tram numero 8, nessuno sembra vedere quello che sta succedendo fino a quando non è troppo tardi. E proprio per questo Segnale
assente riesce a essere molto più di una semplice indagine: è una storia che invita a guardare un po' meglio le persone che abbiamo intorno e, soprattutto, a non dare per scontato che il silenzio significhi che vada tutto bene.
Autore: François Morlupi
Editore: Salani
Collana: Le stanze
Edizione: 2
Anno edizione: 2025
In commercio dal: 27 maggio 2025
Pagine: 368 p., Brossura
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