- Ogni autore sviluppa un proprio metodo di lavoro. Lei appartiene alla categoria di chi pianifica ogni dettaglio o preferisce lasciarsi sorprendere dalla storia mentre la scrive?
-Il thriller, per me, è esattezza, ritmo e atmosfera. E scrivere è riscrivere. Oltre a essere faticoso. Quindi ho bisogno di pianificare la maggior parte della struttura prima di iniziare a raccontare, ma i personaggi, sono come la vita, non sanno stare al loro posto, parola dopo parola diventano sempre più vivi e inevitabilmente mi sorprendono nella loro umanità. Ma la forza della scrittura, per me, parte dalla struttura. Sono molto meticoloso in questo, perché è da là che comincio a vedere la storia. E soprattutto a crederci.
- Quando inizia un nuovo romanzo, qual è il primo elemento che prende forma: il delitto, il protagonista, l'antagonista o l'atmosfera?
- Per me non c'è una regola. Questi quattro elementi sono intrinsecamente collegati al tema del romanzo e si reggono l'un l'altro. Come un autore li maneggia, fa parte dell'ispirazione, dell'intuizione, di scorgere una connessione attraverso il caos del raccontabile e della vita. È la parte più misteriosa della creazione e anche quella più inconscia. In Anna Non Dimentica sono partito dal personaggio di Anna, dalla sua ferita e dalla sua ombra. Poi, come una luce che piano piano illumina il resto, sono apparsi gli altri elementi.
- Nei suoi libri la tensione è sempre calibrata con grande precisione. Quanto lavoro c'è dietro il ritmo narrativo e quante riscritture richiede?
- C'è un grandissimo lavoro sulla struttura. Scrivere per il cinema è stata un'ottima palestra, perché ti aiuta a capire cosa è davvero necessario e cosa no, a sfrondare ogni scena dagli elementi accessori. Un thriller, per me, è ritmo e senza una struttura forte è impossibile tenere incollati gli spettatori. La tensione, attraverso la struttura, viene portata avanti dalla circolazione dei saperi, da quello che i vari personaggi sanno o devono scoprire, dai loro segreti e misteri. Non c'è un numero preciso di riscritture, dipende da quello che emerge a ogni rilettura e dall'avere uno sguardo sempre vergine sul materiale. Diciamo però che, a un certo punto, si "sente" di aver raggiunto il potenziale massimo della storia. È qualcosa di istintivo.
- Quanto conta la documentazione nella sua scrittura? C'è una ricerca che l'ha particolarmente colpita o che le ha fatto cambiare idea su un aspetto della trama?
- La parte di ricerca è fondamentale, perché fa subito capire al lettore il livello di preparazione e autorevolezza di chi racconta. Senza una documentazione adeguata è impossibile essere precisi. Considero questa parte la vera e propria incubazione della storia, sono molto ossessivo, mi documento sia sul web che nei libri, vedo molti film sull'argomento scelto e faccio domande alle persone reali che conoscono quei temi. Cerco di esplorare il più possibile quello che già esiste in modo da poter scovare quello che altri non hanno già raccontato e, collegandolo alla mia esperienza personale, cerco di arrivare al punto di vista più originale possibile. Per esempio, Anna Non Dimentica è nata dalla mia ricerca sui creepypasta (https://www.illibraio.it/news/dautore/creepypasta-1485693/), ovvero l'evoluzione online delle leggende metropolitane che la mia generazione si raccontava attorno al fuoco. Questi racconti web mi hanno affascinato e, immergendomici senza rete fino in profondità, sono arrivato a selezionare quelle caratteristiche che mi servivano per creare il creepypasta di Anna Non Dimentica.
- I suoi personaggi sembrano avere una voce ben definita. Ha mai avuto la sensazione che uno di loro prendesse una direzione diversa da quella che aveva immaginato?
- È un'altra cosa che ho imparato dallo scrivere per il cinema. A far vivere i personaggi. Senza realtà non c'è emozione, quindi non c'è storia. L'ho capito anche lavorando con gli attori, azione-reazione, psicologia, atteggiamento, realtà. Ho bisogno che siano tridimensionali, di vedere e conoscere bene le loro ferite, così da poterli sentire vivi davanti a me. E quando diventano davvero “vivi”, è quando possono anche prendere direzioni diverse. Anzi, mi piace proprio lasciarmi sorprendere in quel caso. Così avviene sul set, quando l'attore grazie al suo “diventare il personaggio”, è in grado di stupirmi e di mostrarmi qualcosa che io non avevo previsto.
- Nel thriller il lettore cerca continuamente indizi. Come riesce a mantenere l'equilibrio tra ciò che vuole rivelare e ciò che deve restare nascosto?
-Attraverso il lavoro meticoloso sulla struttura. E uno sguardo vergine sul materiale. Non ci sono segreti. Serve restare ben focalizzati sull'immaginare i procedimenti mentali del lettore e giocarci a scacchi. Senza fretta.
- C'è una scena che ha scritto con particolare difficoltà, non per la complessità tecnica ma per il coinvolgimento emotivo?
- Più il coinvolgimento emotivo è alto e più la scena si scrive da sola. E diventa la migliore del libro.
- Esiste una regola della scrittura thriller che ritiene sopravvalutata o che le piace infrangere?
- Per me ogni storia ha le sue regole interne. È un universo in cui tutto si tiene. Ma è sempre importante trovare delle sfide. Per esempio, in Anna Non Dimentica, spesso il lettore sa più dell'ispettrice Veronica ed è abbastanza raro nei thriller. La mia sfida era proprio che il lettore rimanesse agganciato alle pagine non tanto per la scoperta del colpevole, quanto per la profonda discesa nell'animo umano di Anna. Volevo che la sentisse davvero. Per me il “page turner” doveva essere scoprire ogni volta qualcosa di nuovo su di lei, fino a capirla. E direi che ha funzionato.
- Durante la revisione, è più severo con lo stile o con la struttura della storia?
- Con la struttura. Lo stile deve adattarsi.
-Quanto è importante per lei l'incipit? Quando capisce di aver trovato quello giusto?
- Lo considero sopravvalutato. Ovviamente è importante per far capire subito l'atmosfera del racconto, ma non ho mai comprato un libro solo per l'incipit. Prima di essere scrittore, sono un lettore, a me interessa di cosa parla la storia, non come inizia. E sinceramente preferisco dimenticarmi l'incipit, perché vuol dire che sono stato rapito dal resto. Altrimenti, se l'incipit è quello che alla fine rimane dell'intera storia, vuol dire soltanto che eravamo partiti bene.
-Nei suoi romanzi il male è spesso molto sfaccettato. È una scelta narrativa o riflette il suo modo di osservare la realtà?
- È il mio modo di osservare la realtà. Il male fa parte di noi, perché scaturisce da quello che viviamo, dalla nostra ombra, dalle nostre ferite. Il nostro inconscio pullula di emozioni irrisolte, di detriti, di rifiuti. Ma è anche quello che ci definisce, che ci rende unici nella nostra imperfezione. Siamo vivi perché siamo imperfetti. È il prezzo che paghiamo per far parte della società e, come ogni rinuncia, lascia una marca dentro di noi. Impariamo a conviverci, a non valicare mai quel confine sottile. Ci proviamo. A volte ci riusciamo. Ma continuamente facciamo male a qualcuno. Soltanto che, spesso, non ce ne accorgiamo. Oppure non vogliamo accorgercene. E se non facciamo male a qualcuno, allora lo facciamo a noi stessi.
Quando un lettore chiude il suo libro, qual è l'ultima emozione che spera gli rimanga?
- L'empatia con i personaggi, la loro umanità. Perché se rimane quella, allora rimane qualcosa di veramente prezioso.
- C'è un consiglio sulla scrittura ricevuto all'inizio della sua carriera che ancora oggi considera fondamentale?
-Scrivere è riscrivere. Oltre a essere vero, beh, serve anche a togliere un po' di peso alla prima stesura. Non tutto dev'essere perfetto alla prima. E aiuta a vedere la scrittura come un processo e non un fine.
-Se dovesse descrivere la sua scrittura con tre parole, quali sceglierebbe?
-Ritmo, esattezza, atmosfera. Per me sono le caratteristiche del thriller, ma anche delle altre storie che ho scritto.
-Guardando al suo percorso, sente che il suo modo di scrivere thriller è cambiato? Se sì, in quale direzione?
-Preferisco vedere ogni storia come un'opportunità di cambiare me stesso e la mia percezione di ciò che mi circonda. Scrivere è il mio modo di appropriarmi del mondo. Siamo immersi in un flusso impossibile da fermare, mentre viviamo è impossibile capire ogni sfumatura, ogni lezione. Va tutto troppo veloce. Scrivere mi serve per guardarmi dentro, un po' come mettere pausa, e fare un passo avanti nella comprensione di quello che ho vissuto.
-Se potesse rileggere uno dei suoi romanzi con gli occhi di un lettore che non conosce la storia, quale sceglierebbe e perché?
Dovrei averne scritti più di uno. Parliamone più avanti.
-Qual è l'aspetto del suo lavoro di scrittore che il pubblico immagina meno, ma occupa più tempo?
-Trovare la musica giusta per scrivere. Ogni storia per me ha un'atmosfera, un'emozione, e per mettermi a scrivere ho bisogno di trovare la giusta colonna sonora. Ho un approccio molto emotivo alla musica. Mi serve a sintetizzarmi con la storia. Quindi passo moltissimo tempo a cercare la canzone o l'album giusto, poi, una volta trovata/o, posso scrivere ovunque. A casa, in treno, all'aeroporto, in hotel, all'aperto.
-Per concludere: senza fare spoiler, quale parola descrive meglio il suo prossimo romanzo e perché?
-È ancora presto per trovarne una.
Ringraziamo Adriano Giotti e Longanesi per l' opportunità.
Le Dame del Brivido.
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