Nella casa de Le Dame del Brivido oggi abbiamo l’onore di
ospitare Patrick Fogli autore de Le chiavi di Casa edito da SEM e di altri
romanzi molto interessanti.
Buona lettura!!!
- Un aggettivo per descrivere la tua scrittura...
Cominciamo con una domanda facile, eh?
Mi piacerebbe che fosse riconoscibile, che un lettore che ama i miei
libri potesse aprirne uno senza copertina e riconoscere che sono io.
- Da dove nasce l’idea del tuo ultimo libro?
Quasi tutti i miei romanzi partono da una domanda o da
qualcosa di simile. Mi piaceva l’idea di raccontare un mondo che è cambiato a
una velocità siderale, in cui la mafia non è più quella che ci aspettiamo da
stereotipo, ma assomiglia sempre di più alla parte legale della società e in
cui la nostra libertà di movimento dovuta al digitale contiene una serie di
zone oscure che credo vadano conosciute e indagate.
- Parti dalla trama o dai personaggi? No SPOILER
Arrivano insieme. Se ragiono su una storia conosco anche i
suoi protagonisti, so chi sono, cosa fanno e perché sono lì.
- Quanto conta la documentazione nel tuo lavoro?
In alcuni casi molto. La storia deve essere credibile, non
si può scrivere di cose che non si conoscono. Quindi, nel caso, si studia. È
una delle parti più divertenti del lavoro. A volte basta poco, a volte serve
molto tempo. Anche anni.
- Scrivi seguendo una scaletta o ti lasci guidare dalla
storia?
Il mio lato ingegnere rabbrividisce leggendo che potrei non
scalettare. Scherzi a parte, scaletto, ma non tutto in una volta. Quando
comincio a scrivere conosco già molto bene tutti i muri portanti della storia,
so dove sto andando e perché. La scaletta mi serve per fare ordine nel
susseguirsi delle scene. Comincio a buttarle giù finché le ho chiare e intanto
scrivo. E mentre scrivo aggiungo scene.
- C’è stata una scena che ti ha messo in difficoltà?
Evitando ogni spoiler, diciamo che a Martina e Gabriele
succede una cosa, nell’ultima parte del romanzo. Volevo che fosse chiara,
cruda, ma che non sembrasse il tentativo di indugiare su dettagli inutili.
Quella e la soluzione del problema hanno avuto bisogno di un po’ di lavoro.
- Come si costruisce la tensione senza perdere credibilità?
Cercando di non esagerare mai. Guadagnandosi la fiducia nel
lettore, giocando ad armi pari, correndo il rischio che ti anticipi o dandogli
l’illusione che possa accadere.
- Il colpo di scena: pianificato o istintivo?
Pianificato. Sempre. Ci devi arrivare, lo devi costruire, è
un po’ come una festa a sorpresa, ti deve saltare un battito del cuore.
- Quanto è importante il ritmo in un thriller?
Il thriller è tensione. La tensione nasce anche dal ritmo e
il ritmo dalla scrittura. E la scrittura è funzionale alla storia che sta
raccontando, fermo restando che la voce di uno scrittore è quella che è. Quando
una storia funziona, la leggi sulla punta della sedia. E se accade è perché hai
trascinato il lettore da qualche parte e lui non se n’è nemmeno accorto.
- Preferisci depistare il lettore o sorprenderlo all’ultimo?
Sorprenderlo dopo averlo depistato. Vale come risposta? In
realtà cerco di essere sempre sincero con chi legge. Un po’ come un
prestigiatore. Il trucco è sotto il tuo naso, solo che guardi dalla parte
sbagliata.
- Come nasce il tuo protagonista?
Mille anni fa, nel 2003. Avevo un blog anonimo, allora ce
n’erano tanti. E scrissi un racconto a puntate. Nel racconto c’era Gabriele. Da
allora camminiamo separati, ma insieme. È un personaggio seriale riluttante,
ogni tanto salta fuori. So sempre cosa sta facendo, anche se non ne scrivo.
- Ti ispiri a persone reali?
Il tuo personaggio ti assomiglia in qualcosa?
Non si inventa mai nulla, si smonta e si rimonta, è come un
frullato. La scrittura è un impasto quasi casuale di desideri, paure, racconti,
persone, rabbia, dolore, speranza, curiosità. Di quello che vorresti che
accadesse e di quello che accade. Gabriele fa cose che io non avrei mai il
coraggio di fare, è molto più drastico di me e ha un lato violento che a me,
per fortuna, manca del tutto. Ma la sua visione del mondo è la mia, quasi alla
lettera.
- Quanto è importante l’antagonista in una storia riuscita?
Dipende dalla storia. Se la vicenda lo mette al centro della
scena, è fondamentale. Ma si può fare una bella storia anche senza. La cosa
fondamentale è che i personaggi, qualunque sia il loro ruolo, siano credibili.
Devi pensare di poterle incontrare per strada, al supermercato, in
metropolitana. Devono essere vivi. Altrimenti la storia muore. E loro con lei.
- Qual è il libro che ti ha fatto amare il genere?
Ho letto tutta la Christie prima dei 14 anni. Allora mi
divertiva molto. Ma non c’è un romanzo che mi ha fatto amare il genere, credo
di amarlo senza legame con qualcuno. Poi ci sono alcuni romanzi che trovo
fantastici. I delitti della terza luna di Harris, molto più del Silenzio degli
innocenti. Il club Dumas di Perez Reverte, i primi Scarpetta, Almost blue di
Lucarelli, i primi romanzi con Bosch, Misery di King, Shutter Island. Ma solo
restando dentro il perimetro del thriller, se allarghiamo al noir mi serve più
spazio.
- Cosa stai leggendo in questo periodo?
Faccio fatica a trovare qualcosa di genere che mi piaccia.
Mi pare tutto un po’ uguale a sé stesso, già sentito. E soprattutto mi serve la
scrittura come prima cosa. Ho appena finito I donatori di sonno di Karen
Russell. E ora dovrò decidere cosa attaccare.
- Hai rituali di scrittura?
Quando non ho una storia in testa non scrivo. Anche per
mesi. A volte anni. Quando comincio a scrivere un romanzo, invece, scrivo ogni
giorno, diciamo verso il tardo pomeriggio. Sempre nello stesso posto, alla mia
scrivania.
- La domanda che nessuno ti fa mai ma a cui vorresti
rispondere?
Di cosa ti piacerebbe scrivere se non fossero romanzi? Di
tennis
- Che consiglio daresti a chi vuole iniziare a scrivere
gialli o thriller?
Come prima cosa di leggere, leggere, leggere. Vale per
qualunque cosa si voglia scrivere. Prima si legge. Molto, moltissimo. E poi si
comincia e non si molla. Mai. Serve costanza, resistenza, impegno. Oltre che
talento.
- il delitto perfetto esiste?
La perfezione non esiste fra le categorie umane. E il
delitto è un’attività umana. Esiste quello difficile da scoprire o ancora
irrisolto.
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