DESCRIZIONE:
Con una scrittura ispirata a una precisione balistica, Patrick Fogli firma un thriller psicologico di rara potenza, capace di raccontare la vertigine che si prova quando le chiavi di casa, invece di introdurci a ciò che è familiare, spalancano le porte del mistero. E dell’ignoto.
RECENSIONE:
Ci sono storie che non iniziano davvero da dove credi. Ti danno un punto fermo, un incendio, una famiglia distrutta, un’unica sopravvissuta, e poi, con una calma quasi inquietante, ti costringono a rimettere tutto in discussione.
Non voglio entrare troppo nei dettagli della trama, perché è uno di quei libri che secondo me vanno scoperti poco alla volta, senza anticipazioni che rischierebbero di rovinare l’esperienza. Ed è proprio questa una delle sue forze più grandi.
La vicenda dei Landi, all’apparenza, potrebbe sembrare una classica storia di successo e caduta. Un’azienda potente, un genio assoluto come Tommaso, una famiglia perfetta almeno da fuori. Ma basta pochissimo per capire che sotto quella superficie levigata c’è qualcosa che non torna. Un silenzio troppo compatto, troppo costruito. E quando arriva l’incendio, non è solo un evento tragico: è come se tutto quello che era stato nascosto iniziasse finalmente a muoversi, anche se non subito in modo evidente.
Quello che mi ha colpito di più, però, è il modo in cui il romanzo lavora su un’immagine semplice e potentissima: quella delle chiavi. Perché qui le chiavi non aprono davvero ciò che dovrebbero. Non riportano a casa, non restituiscono familiarità. Al contrario, sembrano spalancare porte che sarebbe stato meglio lasciare chiuse. Ed è esattamente questa sensazione che accompagna tutta la lettura: quella di stare entrando, passo dopo passo, in qualcosa che non è mai del tutto rassicurante.
L’autore costruisce tutto con una precisione quasi chirurgica, ma senza mai farla pesare. Ogni dettaglio arriva al momento giusto, ogni informazione sembra calibrata per spostare leggermente l’equilibrio del lettore. Non c’è mai un vero punto in cui ti senti “arrivato”: c’è sempre un dubbio in più, un’ombra che resta. È una scrittura che non urla, ma incide, e proprio per questo riesce a essere ancora più efficace.
Seguire Gabriele Riccardi è, in questo senso, quasi destabilizzante. Non è un protagonista costruito per risolvere tutto, ma una persona che cerca di tenere insieme i pezzi della propria vita, mentre inevitabilmente qualcosa lo riporta indietro. La sua indagine non è lineare, non è mai davvero pulita: è fatta di incontri, deviazioni, dettagli che sembrano marginali e che invece diventano fondamentali. Come se ogni porta aperta portasse a un corridoio ancora più lungo.
Anche l’ambientazione contribuisce a questa sensazione. Bologna qui non è solo una città, ma un luogo attraversato da una tensione sottile, quasi invisibile. Gli spazi, le strade, gli interni sembrano trattenere qualcosa. E il lettore si muove dentro questi ambienti con la stessa cautela con cui si entrerebbe in una casa buia, cercando di capire cosa si nasconde oltre la soglia.
E poi c’è Alice, che resta forse il mistero più grande. La sua figura non si lascia mai afferrare del tutto, e ogni volta che sembra di aver capito qualcosa, quella certezza si incrina. È un personaggio che sfugge, e proprio per questo continua a restare addosso anche dopo aver chiuso il libro.
Alla fine, più che arrivare a una verità definitiva, si ha la sensazione di aver attraversato una serie di stanze, una dopo l’altra, senza mai avere davvero la chiave giusta per interpretarle fino in fondo. E forse è proprio questo il punto: non tutto deve essere aperto, non tutto deve essere spiegato.
È uno di quei libri che si fanno spazio lentamente, ma che poi restano. E proprio per questo, se cerchi un thriller capace di andare oltre la superficie e di lasciarti con qualcosa dentro, è una lettura che merita davvero di essere scoperta.
Autore: Patrick Fogli
Editore : Sem
Collana: Sem Classic
Anno di edizione: 2026
Pagine: 304 p.brossura
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