Le nostre recensioni
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Ciao e benvenuti nel nostro angolo di mistero.
Mi chiamo Luana, ho 43 anni e leggo da quando ero bambina. In arte Thriller Lu, sono una blogger tenace, guidata da una passione profonda per il thriller, il mistero e le zone più oscure della psicologia umana. Amo le storie che scavano nella mente, i segreti che emergono lentamente e le trame in cui ogni dettaglio ha un significato preciso. Mi affascinano le atmosfere dense, le tensioni sottili e gli indizi nascosti tra le righe. Credo nelle ombre, nei silenzi e in quelle domande che restano sospese fino all’ultima pagina. Per me leggere significa indagare l’animo umano, attraversare l’inquietudine e scoprire cosa si cela dietro ciò che sembra evidente. Mi chiamo Deborah, ho 39 anni e la lettura mi accompagna da tempo immemore. In arte Thriller De, vivo il thriller come un’esperienza intensa, capace di mettere alla prova emozioni e certezze. Credo che un buon thriller non sia soltanto una trama avvincente, ma una sfida ai propri limiti emotivi. Amo raccontare quei libri che ti portano a dubitare di ogni personaggio, di ogni scelta, di ogni verità apparente. Mi attraggono le storie che tengono in equilibrio tra sospetto e rivelazione, tra oscurità e quella luce sottile pronta a cambiare prospettiva. Per me leggere significa lasciarmi coinvolgere fino in fondo, perdere punti di riferimento e ritrovarli solo quando la verità decide di emergere.
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Conversazione con Arwin J. Seaman


Oggi abbiamo l’onore di ospitare nella casa delle dame del brivido, un autore che a noi piace molto. Siamo felici di aver avuto l’opportunità di intervistare Arwin J. Seaman, autore che ha scelto di custodire la propria identità dietro uno pseudonimo. Abbiamo esplorato insieme a lui il percorso che lo ha portato a costruire un’identità letteraria unica, fatta di ricerca, immaginazione e un rapporto speciale con i suoi lettori.

Scrivere sotto pseudonimo che tipo di libertà ti dà?

- Ci sono diversi vantaggi, ma il principale è senza dubbio, quello di potermi cimentare con qualcosa di inusuale, ovvero l’ambientazione estera. È anche un ottimo banco di prova professionale, i lettori mi leggono e valutano senza alcuna idea pregressa.

In che modo lo pseudonimo influisce sul tuo rapporto con i lettori?

- Naturalmente la limitazione del contatto esclusivamente a quello virtuale ha il suo peso, non poterli incontrare de visus raffredda senza dubbio l’interazione. Tuttavia li trovo più liberi di esprimere le proprie opinioni, soprattutto quelle critiche, ed è una buona palestra per me.

Ti senti una persona diversa quando scrivi rispetto a quando vivi la quotidianità?

- La scrittura è uno spazio estremamente intimo, quanto meno durante la fase creativa. Ma non mi sento diverso, se non per il fatto che posso contare soltanto su me stesso.

Lo pseudonimo è nato prima della scrittura o insieme ad essa?

- Precedentemente, ho steso una brevissima sinossi dei sei volumi e poi mi sono concentrato sul mio nom de plume.

Da dove nascono di solito le tue storie?

- Dall’osservazione della vita, dai fatti di cronaca, in realtà uno spunto si può trovare ovunque. Poi, naturalmente, bisogna verificare che sia buono e che possa essere messo a frutto.

Parti più spesso da un’idea, da un personaggio o da un’atmosfera?

- In percentuale, direi da un’idea, anche se gli altri due fattori hanno un peso specifico notevole.

Quanto contano l’istinto e quanto la progettazione nel tuo lavoro?

- L’immagine dello scrittore che si immerge, in uno stato di trance, nella stesura della propria opera è estremamente romantica ma poco realistica. La parte progettuale è fondamentale, ognuno la gestisce come meglio crede, ma per quanto si possa essere bravi nel maneggiare la materia inventiva, la disciplina è alla base di ogni buon lavoro.

C’è una fase della scrittura che ami particolarmente?

- Non quella iniziale e nemmeno quella finale, amo molto il momento in cui ho preso pienamente il controllo del libro, confidenza con i personaggi e posso godermi il viaggio senza grandi preoccupazioni.

Ci sono temi che senti più vicini e che ritornano spesso nei tuoi testi?

- Non in particolare, sono una persona curiosa di natura e mi interesso ai diversi aspetti della criminalità e delle tensioni sociali. Se possibile, in ciascun libro non tratto un unico tema, ma almeno due o tre.

Quanto di te (emotivamente, non biograficamente) entra in ciò che scrivi?

- Non so dare una misura esatta, il livello di coinvolgimento è inconscio, deriva da punti di contatto con il mio vissuto pregresso o con quello attuale. Cerco di non dimenticare mai, in ogni caso, che quella non è la mia storia.

Ti piace sperimentare o preferisci restare fedele a uno stile preciso?

- L’una e l’altra cosa. Dipende molto dal libro che sto scrivendo, il margine di azzardo nasce già con l’idea. Va detto comunque che ho uno stile riconoscibile e questo significa che tendo a essere fedele a me stesso.

Come vivi il momento in cui un libro esce e non ti appartiene più?

- In genere per me è un momento di gioia, condivido qualcosa che fino a quel momento apparteneva soltanto a me. E non smetterà di appartenermi, nella misura del rapporto autore-opera.

Che tipo di reazioni dei lettori ti colpiscono di più?

- Come già detto, sono curioso e ogni genere di reazione è interessante. L’importante è che ci sia, un libro che lascia indifferenti è un libro che muore.

Pensi che l’anonimato cambi il modo in cui un libro viene letto o interpretato?

- Probabilmente sì, l’anonimato viene visto come una maschera, come un modo di nascondersi, quindi suscita sospetto.

Cosa significa per te scrivere oggi?

- È il mio lavoro e la mia passione, mi ritengo molto fortunato a poter fare professionalmente qualcosa che farei comunque, solo per la mia gioia personale.

Che consiglio daresti a chi vuole iniziare a scrivere?

- Un consiglio banale, ovvero di leggere molto. Si impara di più leggendo gli altri di quanto non si impari studiando.

Secondo te, cosa rende una storia memorabile?

- La mia opinione è che sia più importante riuscire a toccare l’animo del lettore, piuttosto che raggiungere uno status formale. Se un lettore ricorda il mio libro con emozione, per me il risultato è ottenuto.

Se dovessi descrivere la tua scrittura con una sola parola, quale sceglieresti?

- “Coinvolgente”, o almeno me lo auguro.

C’è una domanda a cui vorresti rispondere ma che nessuno ti ha mai posto?

- Forse quale scrittore scomparso, avrei voluto incontrare, e senza dubbio è Oscar Wilde.

Ringraziamo Arwin J. Seaman per aver condiviso il suo sguardo sulla scrittura e per averci accompagnato, ancora una volta, tra le atmosfere del’ isola di Liten.



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