Oggi abbiamo l’onore di ospitare nella casa delle dame del brivido, un autore che a noi piace molto. Siamo felici di aver avuto l’opportunità di intervistare Arwin J. Seaman, autore che ha scelto di custodire la propria identità dietro uno pseudonimo. Abbiamo esplorato insieme a lui il percorso che lo ha portato a costruire un’identità letteraria unica, fatta di ricerca, immaginazione e un rapporto speciale con i suoi lettori.
Scrivere sotto pseudonimo che tipo di libertà ti dà?
- Ci sono diversi vantaggi, ma il principale è senza dubbio, quello di potermi cimentare con qualcosa di inusuale, ovvero l’ambientazione estera. È anche un ottimo banco di prova professionale, i lettori mi leggono e valutano senza alcuna idea pregressa.
In che modo lo pseudonimo influisce sul tuo rapporto con i lettori?
- Naturalmente la limitazione del contatto esclusivamente a quello virtuale ha il suo peso, non poterli incontrare de visus raffredda senza dubbio l’interazione. Tuttavia li trovo più liberi di esprimere le proprie opinioni, soprattutto quelle critiche, ed è una buona palestra per me.
Ti senti una persona diversa quando scrivi rispetto a quando vivi la quotidianità?
- La scrittura è uno spazio estremamente intimo, quanto meno durante la fase creativa. Ma non mi sento diverso, se non per il fatto che posso contare soltanto su me stesso.
Lo pseudonimo è nato prima della scrittura o insieme ad essa?
- Precedentemente, ho steso una brevissima sinossi dei sei volumi e poi mi sono concentrato sul mio nom de plume.
Da dove nascono di solito le tue storie?
- Dall’osservazione della vita, dai fatti di cronaca, in realtà uno spunto si può trovare ovunque. Poi, naturalmente, bisogna verificare che sia buono e che possa essere messo a frutto.
Parti più spesso da un’idea, da un personaggio o da un’atmosfera?
- In percentuale, direi da un’idea, anche se gli altri due fattori hanno un peso specifico notevole.
Quanto contano l’istinto e quanto la progettazione nel tuo lavoro?
- L’immagine dello scrittore che si immerge, in uno stato di trance, nella stesura della propria opera è estremamente romantica ma poco realistica. La parte progettuale è fondamentale, ognuno la gestisce come meglio crede, ma per quanto si possa essere bravi nel maneggiare la materia inventiva, la disciplina è alla base di ogni buon lavoro.
C’è una fase della scrittura che ami particolarmente?
- Non quella iniziale e nemmeno quella finale, amo molto il momento in cui ho preso pienamente il controllo del libro, confidenza con i personaggi e posso godermi il viaggio senza grandi preoccupazioni.
Ci sono temi che senti più vicini e che ritornano spesso nei tuoi testi?
- Non in particolare, sono una persona curiosa di natura e mi interesso ai diversi aspetti della criminalità e delle tensioni sociali. Se possibile, in ciascun libro non tratto un unico tema, ma almeno due o tre.
Quanto di te (emotivamente, non biograficamente) entra in ciò che scrivi?
- Non so dare una misura esatta, il livello di coinvolgimento è inconscio, deriva da punti di contatto con il mio vissuto pregresso o con quello attuale. Cerco di non dimenticare mai, in ogni caso, che quella non è la mia storia.
Ti piace sperimentare o preferisci restare fedele a uno stile preciso?
- L’una e l’altra cosa. Dipende molto dal libro che sto scrivendo, il margine di azzardo nasce già con l’idea. Va detto comunque che ho uno stile riconoscibile e questo significa che tendo a essere fedele a me stesso.
Come vivi il momento in cui un libro esce e non ti appartiene più?
- In genere per me è un momento di gioia, condivido qualcosa che fino a quel momento apparteneva soltanto a me. E non smetterà di appartenermi, nella misura del rapporto autore-opera.
Che tipo di reazioni dei lettori ti colpiscono di più?
- Come già detto, sono curioso e ogni genere di reazione è interessante. L’importante è che ci sia, un libro che lascia indifferenti è un libro che muore.
Pensi che l’anonimato cambi il modo in cui un libro viene letto o interpretato?
- Probabilmente sì, l’anonimato viene visto come una maschera, come un modo di nascondersi, quindi suscita sospetto.
Cosa significa per te scrivere oggi?
- È il mio lavoro e la mia passione, mi ritengo molto fortunato a poter fare professionalmente qualcosa che farei comunque, solo per la mia gioia personale.
Che consiglio daresti a chi vuole iniziare a scrivere?
- Un consiglio banale, ovvero di leggere molto. Si impara di più leggendo gli altri di quanto non si impari studiando.
Secondo te, cosa rende una storia memorabile?
- La mia opinione è che sia più importante riuscire a toccare l’animo del lettore, piuttosto che raggiungere uno status formale. Se un lettore ricorda il mio libro con emozione, per me il risultato è ottenuto.
Se dovessi descrivere la tua scrittura con una sola parola, quale sceglieresti?
- “Coinvolgente”, o almeno me lo auguro.
C’è una domanda a cui vorresti rispondere ma che nessuno ti ha mai posto?
- Forse quale scrittore scomparso, avrei voluto incontrare, e senza dubbio è Oscar Wilde.
Ringraziamo Arwin J. Seaman per aver condiviso il suo sguardo sulla scrittura e per averci accompagnato, ancora una volta, tra le atmosfere del’ isola di Liten.
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